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Il futuro dei “green job” è in Europa meridionale

green_jobIl futuro dei cosiddetti “green job” sarà in Europa meridionale, almeno stando a una recente ricerca effettuata da Greenpeace con l’obiettivo di individuare le aree più promettenti in termini di posti di lavoro nel settore della green economy.

In particolare, sarebbero i Paesi che si affacciano sul mediterraneo quelli ad avere le premesse più promettenti in termini di rinnovabili ed efficienza energetica. A cominciare dalla Croazia, dove si stanno moltiplicando gli effetti positivi dell’adozione di soluzioni energetiche pulite in alberghi, campeggi, scuole e fattorie su costa, isole e terraferma. Arrivare 100% di rinnovabili significherebbe creare migliaia di nuovi posti di lavoro aiutando il Paese a risparmiare dai 4 ai 5 miliardi di euro l’anno.

Anche in Grecia, nonostante il difficile momento economico, secondo esperti di Greenpeace è ancora possibile ridurre il costo dell’energia elettrica. Mettendo in atto le misure di efficienza energetica e il piano di solarizzazione suggerito da Greenpeace, i greci potrebbero risparmiare miliardi di euro e creare migliaia di nuovi posti di lavoro ogni anno.

Dalla Grecia alla Spagna, dove la sola conversione radicale all’energia pulita dell’arcipelago delle Canarie, da qui al 2050, garantirebbe il risparmio di 42 miliardi di euro a fronte di un investimento di soli 20.

Infine, l’Italia. La ricerca di Greenpeace si è focalizzata in particolare sulle isole minori come Lampedusa, Pantelleria, Favignana e Tremiti. Realtà considerate veri e propri paradisi dai turisti, ma dove l’alimentazione energetica continua ad avvenire principalmente attraverso generatori diesel.

Lo studio illustra in modo preciso come rinnovabili ed efficienza energetica permetterebbero a queste isole di affrancarsi completamente dalle fonti fossili.

 

[foto da mondolavoro.it]

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Nel 2030, dall’eolico il 20% dell’energia mondiale

eolicoÈ stato presentato la scorsa settimana il Global Wind Energy Outlook 2014, il rapporto redatto dal Global Wind Energy Council  in collaborazione con Greenpeace International che sottolinea le enormi potenzialità offerte dall’energia del vento.

Secondo quanto riportato nello studio, entro il 2030 l’eolico potrebbe crescere a tal punto da soddisfare quasi il 20% dei consumi elettrici mondiali, raggiungendo un totale di oltre 2.000 GW. Stando a quanto sostengono gli autori, infatti, dopo la calma degli ultimi anni (dovuta soprattutto alla crisi economica) il settore è pronto a rilanciarsi alla grande.

Brasile, Messico e Sud Africa sembrano essere i paesi che, più di altri, sono pronti a cavalcare il nuovo trend; e se il primo è pronto a installare quasi 4 GW nel solo 2014, la riforma energetica messicana ha messo il paese in corsa per un mercato da 2 GW l’anno per il prossimo decennio. Infine, per quanto riguarda il Sud Africa, sta compiendo investimenti importanti al punto da diventare il primo paese africano per sviluppo dell’eolico.

“L’energia eolica è diventata l’opzione meno costosa quando si quando si vuole aggiungere nuova capacità di rete in un numero crescente di mercati, ed i prezzi continuano a scendere”, spiega Steve Sawyer, CEO di GWEC. “Data l’urgenza di ridurre le emissioni di CO2 e la continua dipendenza dai combustibili fossili importati, il vento giocherà ruolo centrale nell’approvvigionamento energetico del futuro”.

[foto da meteoweb.eu]

Italia, dalle rinnovabili centomila posti di lavoro in 10 anni

Green-energies--Workers-a-010Oltre 100mila posti di lavoro e benefici economici stimati in almeno 135 miliardi di euro nei prossimi 10 anni.

È il contributo che le rinnovabili italiane possono dare al Paese, oltre agli evidenti vantaggi ambientali, secondo il rapporto “Le ricadute economiche delle energie rinnovabili in Italia” , realizzato dal centro di ricerca Althesys e commissionato da Greenpeace.
Lo studio evidenzia inoltre due possibili scenari: il “reference”, legato alla Strategia Energetica Nazionale – SEN, e l’ “Energy [r]evolution”, in cui si punta in maniera netta sullo sviluppo delle energie rinnovabili.

In particolare, lo scenario “reference” porterebbe circa 135 miliardi di benefici economici, a fronte degli oltre 170 offerti invece da “[r]evolution”. In questo contesto stimano gli analisti di Althesys sarà l’eolico ha fornire il contributo maggiore, con ricadute economiche complessive tra 35 e 46 miliardi, seguito dal fotovoltaico, con un valore tra i 34 e i 40 miliardi.

Per quanto riguarda gli effetti sul mercato del lavoro, solo per il 2030la stima è di circa  75mila nuovi posti  nel “reference”, contro gli oltre 100mila 102.360  nell’ipotesi “[r]evolution”, con una differenza in favore di quest’ultimo di circa 27 mila addetti.

“In sostanza – scrive Greenpeace in una nota stampa una politica basata sulla “rivoluzione energetica” farebbe crescere l’occupazione a 100 mila unità nel 2030: se già oggi gli occupati diretti delle rinnovabili sono il doppio rispetto agli occupati di Fiat Auto, nel 2030 si potrebbe non solo mantenere questo dato, ma addirittura farlo crescere ulteriormente fino al triplo di quanto oggi occupa Fiat Auto in Italia”.

 

[foto da theguardian.com]

L’eolico non sbarca in Normandia

eolicoLe pale eoliche non riescono a sbarcare sulle coste della Normandia. Politici, ecologisti e veterani della seconda guerra mondiale si dividono sulla costruzione di un campo offshore progettato da Edf. E mentre Greenpeace è sul piede di guerra contro l’impianto nucleare di Trecastin, in Normandia, che ospita tre dei 59 impianti francesi alimentati ad energia atomica, le rinnovabili sembrano “sgradite”.

 

Le 75 turbine eoliche da 1500 tonnellate l’una per un’altezza complessiva di 175 metri costituiscono una wind farm offshore importante, ma non si tratta di un record mondiale. Ma i 50 Km quadrati sui quali dovrebbe sorgere il nuovo impianto Edf sono bagnati da un mare non comune e guardano (anche se da molto lontano) due spiagge ancor meno comuni.

 

Nei giorni dello sbarco in Normandia i nomi in codice delle due rive erano Juno e Gold. Oggi, per la maggior parte dei francesi, sono le coste che vanno da Saint-Aubin-sur-Mer a Courseulles-sur-Mer e da La Riviere a Le Hamel.

 

Da quando sono iniziate le consultazioni pubbliche, per verificare il livello di gradimento della popolazione locale e far conoscere i dettagli del progetto, la Federation Environnement Durable, contraria la progetto ha cominciato a trovare sul suo sito un crescente flusso di messaggi in inglese contro  il campo eolico offshore.

 

A Juno e Gold sono sbarcati il commando 41 della Royal Marines, la 50ª Divisione Fanteria britannica e l’8ª Brigata Corazzata britannica. Comprensibile che, soprattutto da oltre Manica, si sia levata un’onda di protesta contro la costruzione degli impianti. Ma hanno risposto all’appello contro il progetto anche da Canada e Stati Uniti.

 

La scelta del tratto di mare della Normandia è obbligato e altre soluzioni sembrano impraticabili. Come spiega la commissione che guida a livello locale il Débat Public, a est e ovest di Juno e Gold  ci sono zone di pesca, tratte marittime e fondali troppo profondi che impediscono il progetto.

 

Per Le Monde il progetto “ignora la dimensione emotiva” limitandosi ad un approccio tecnocratico. Per gli abitanti della Normandia il campo offshore significa un indotto di 1.8 miliardi di euro e 7mila posti di lavoro.

 

Nell’epoca in cui la sindrome Nimby blocca infrastrutture un po’ ovunque nel mondo, il singolare dibattito nato attorno all’impianto di Edf pone una nuova ‘frontiera’ nel concetto di sostenibilità. Perché oltre a quella ambientale e economica si profila anche quella “emotiva”. E intanto le riunioni del Débat Public si tengono in inglese e francese e gli attivisti della European Platform against Windfarms annunciano sulle coste della Normandia una insolita guerra di Inghilterra, Canada e Usa contro la Francia.

 

 

[foto da gelex.it]

Anche la verde Germania “killer del clima”?

Per gli ambientalisti di casa nostra (e non solo) dev’essere stato un autentico shock. La Germania, più volte presentata come il paese europeo più ecologico, ecosostenibile e con una vera coscienza ‘green’, è pronta a costruire nuove centrali a carbone.

È quanto emerge da un’intervista rilasciata al quotidiano ‘Zeit’ dal ministro dell’Ambiente tedesco Peter Altmeier. Una scelta frutto della rinuncia al nucleare, da completarsi entro il 2020, che ha costretto il governo di Berlino a rivedere la propria politica energetica prendendo atto che le sole rinnovabili non possono sostituire l’energia pordotta dall’atomo.

L’intenzione espressa dal ministro è quella di sostituire i vecchi impianti a carbone e gas con centrali nuove, più efficienti, che avranno il compito  di coprire parte di quel 65% di energia che non viene dalle fonti verdi. “L’obiettivo rimarrà lo stesso, vale a dire che arriveremo al 2022 senza energia nucleare producendo entro il 2020 circa il 35 per cento di energia rinnovabile entro il 2050 fino all’80 per cento. Mi batterò per questi obiettivi”, ha dichiarato Altmeier, aggiungendo che “anche con il 35% di rinnovabili dobbiamo continuare a produrre ancora il 65% di energia, per questo ha senso sostituire le vecchie centrali a carbone con impianti a carbone e a gas più moderni ed efficienti”.

Il sottoscritto ha già espresso più volte il proprio parere al riguardo, l’ultima delle quali non più di una settimana fa. E non posso nascondere una certa soddisfazione nel constatare che anche la ‘verde’ Germania è su posizioni simili.

Mi chiedo solo se Greenpeace e affini stiano rivedendo i propri programmi estivi, rinunciando al mare siciliano per dar vita a una “campagna tedesca”. Ma, chissà perché, ne dubito.

 

[foto da varbak.com]

 

 

Via Enel, tocca a Eni. L’estate di Greenpeace

“Mare profumo di mare”. Chissà che la canzone di Little Tony non stia risuonando nella sede di Greenpeace che, giunta l’estate, ha comunicato la chiusura della campagna contro Enel lanciando la nuova iniziativa “U mari non si spirtusa”contro le esplorazioni petrolifere nel Canale di Sicilia.

 

Questa volta l’associazione ambientalista ha deciso di avvalersi anche di due testimonial, la coppia comica Ficarra e Picone, che hanno registrato anche un video a sostegno della campagna che oltre al cane a sei zampe mette nel mirino altre sette società, tra cui niente meno che Shell.

E visto che la stagione è quella giusta, ecco in programma un itinerario in barca che toccherà diverse località balneari siciliane.

 

Riassumendo: dal carbone si passa al petrolio, dagli sguardi polizieschi del Reparto Investigazioni Climatiche si passa alle risate di Ficarra e Picone, dai blitz alle centrali si passa al tour in barca.

 

Vedremo come andrà a finire. La campagna contro le centrali a carbone di Enel, che tanto rumore ha fatto, in concreto non ha prodotto finora alcun risultato. E quel che ancora stento a capire, e immagino di non essere il solo, è quale sia la concreta strategia energetica auspicata da Greenpeace per l’Italia.

 

Perché “a bocce ferme” credo non ci sia nessun ultras del carbone né del petrolio in quanto tali. Ma leggendo l’ultimo intervento del capo di Greenpeace Italia sull’eolico viene da chiedersi se gli ambientalisti d’assalto vogliano davvero l’avvento delle rinnovabili o si accontentino di fare battaglie contro le fonti fossili proponendo scenari e soluzioni stracolme di variabili che non sono frutto di aziende e governi brutti e cattivi, ma di dati di fatto non proprio banali come la crisi economica globale.

 

A modesto parere di chi scrive (che crede nelle rinnovabili, si augura scelte concrete per un futuro sostenibile e guarda a dati di fatto) le sole energie green non sono in grado di soddisfare la domanda di energia delle aziende e dei cittadini italiani: provate a calcolare quanti pannelli fotovoltaici ci vogliono per ricaricare solo i cellulari degli italiani o quante pale eoliche servono per far funzionare gli alti forni della Dalmine Tenaris?!

 

Ignorare questi particolare vuol dire essere, nel migliore dei casi, completamente all’oscuro della situazione reale.  Nel peggiore fare marketing con l’ambiente.

 

In attesa di capire meglio l’orizzonte degli amici di Greenpeace staremo a vedere se l’iniziativa siciliana avrà maggior successo. Di sicuro sarà più “colorita”, visto lo splendido sole siciliano.

 

[foto da greenstyle.it]

Blitz di Greenpeace. E i lavoratori la prendono male

A Roma Greenpeace fa il blitz nella sede di Enel e tra gli attivisti e l’azienda energetica è uno scambio serrato di accuse. Enel killer del clima è lo slogan degli ambientalisti del Reparto Investigazioni Climatiche, secondo i quali “l’arma che [l’azienda] utilizza è il carbone”.

“Sbagliate indirizzo” è la risposta del Gruppo energetico che parla di 42% di elettricità “ priva di qualunque tipo di emissioni” e “per il 36%, prodotta da fonti rinnovabili”.

Insomma un botta e risposta che ha poco di nuovo. Da un lato Greenpeace all’opera con il suo classico rituale ad effetto con striscioni e toni forti, dall’altro Enel a rispondere con le classiche note che in questi frangenti le aziende fanno uscire per rispondere e precisare.

C’è dell’altro? In effetti si perché l’eco del blitz di Roma è rimbalzato in rete arrivando sino in Veneto, a Porto Tolle. E gli abitanti della cittadina polesana, tirata in ballo dagli ambientalisti per la vicenda della riconversione della centrale Enel, l’hanno presa un po’ male.

In un comunicato diffuso dal Comitato lavoratori centrale Enel Porto Tolle, si legge  “Dopo la richiesta di Greenpeace di ritirare immediatamente il progetto di Porto Tolle, che cosa dovrebbero fare i dipendenti Enel e delle aziende dell’ indotto che aspettano la riconversione a carbone ‘pulito’ per uscire dalla crisi?”.

Agli ambientalisti che dipingono Enel come un “killer del clima”, i lavoratori di Porto Tolle rispondono definendo Greenpeace “killer del lavoro”. Senza troppi giri di parole agli attivisti del Reparto Investigazioni Climatiche chiedono: “Dovremmo fare la cassa integrazione nelle aziende del fotovoltaico, oppure aggiungerci ai 49 co.co.pro. e ai 202 collaboratori occasionali di Greenpeace, rispetto all’ appena 10% di lavoratori dipendenti dell’ associazione in Italia?”. E ancora: “Greenpeace è killer del lavoro Enel nella riduzione della CO2 e killer del lavoro stabile”.

Vedendo i toni raggiunti dalla polemica, in fatto di ‘clima surriscaldato’ il blitz di Greenpeace sembra essere più dannoso che altro. Il problema delle emissioni di gas serra esiste tanto quanto la crisi economica che rischia di lasciare a migliaia di lavoratori. Assolutizzare l’uno o l’altro problema è un errore grave. Sul fronte delle emissioni come su quello dell’occupazione c’è molto da fare. È la classica situazione da bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Ad aziende e ambientalisti la scelta: raccontare solo ciò che manca significa non cominciare a costruire da ciò che c’è.

[foto da viagginews.com]